


Supermercati Intermarché, spot lupo buono - Guarda qui lo spot: https://www.youtube.com/watch?v=vPebHXmfvwg

VITERBO - 2025, silente e affilato… Ci hai lanciato secchiate gelide tra perdite e conflitti, mollandoci nel tiepido bagnomaria dell’impotenza e di certi ingorghi impossibili da dirimere. Almeno nel mondo cattolico, ci hai introdotti a un papato clemente; nelle case di troppe famiglie, portacenere senza sole, hai filtrato i raggi con dovizia. Perché questa chirurgica precisione, figlia di vecchie disparità?
La risposta è semplice: il tempo non è in grado di spazzare via il dolore, di rincuorare dolcemente l’agnello, di ammansire o redarguire il lupo. Nella nostra frenesia di umanizzare le stagioni, abbiamo dato corpo anche a scacchiere senza voce, da cui solo noi possiamo smarcare le coordinate scomode. In cui noi soltanto noi, immensi e bisognosi, sappiamo impiantare la gioia sul male.
Intermarché, catena di supermercati nata e cresciuta in Francia, ha deciso di ribaltare le concezioni consolidate attraverso una speciale campagna pubblicitaria: “Unloved” – questo il titolo del girato misto tra riprese in interni e formato cartoon – sa scardinare gli stereotipi a cui siamo sottoposti, forte dell’espediente della visual communication.
Un sunto della sua mission? Proporre una didattica del consumo intelligente, che tenga conto della vita e dei bisogni delle altre creature. Un fil rouge che la nazione francese sembra aver esteso a tutti gli abitanti, come è visibile dall’impegno animalista di una diva recentemente scomparsa: l’inimitabile Brigitte Bardot. Un personaggio che, tra luci di scena e tracolli emotivi, incarna il superstite solidarismo del suo popolo, nonostante dichiarazioni e posizioni spiazzanti.
Cosa fa lo spot? Un bambino è a tavola con la famiglia a Natale. Durante lo scambio dei doni, rimane atterrito dal pupazzo di un lupo, portatogli da un convitato. La mamma, in un moto di piaggeria – o forse di ansia – caro a noi italiani, ricorda all’artefice del dono che il piccolo è spaventato dai lupi.
La serata sembra procedere, fino a questo punto, come spesso e volentieri pronosticato: regali inattesi, espressioni deluse e famigliari “paraurti”. Lo sconosciuto parente del bimbo, però, ha in serbo una storia per calmarlo e destare la sua empatia: è la fiaba di un lupo evitato da tutti, senza branco, senza ingordigia famelica, senza pretese di trionfo sulle altre specie. La sua passione? La cucina vegetariana, questo l’ancora scomodo messaggio sommesso dal claim.
In una sequela di incomprensioni con gli altri animali, di sonore estromissioni e di soprusi, riesce a realizzare con animo docile una quiche di verdure buonissima, anche per i suoi più aperti detrattori. Un messaggio che incarna l’essenza del cattolicesimo francescano, in cui la presunzione di ricchezza e la paura dell’emarginato sono sì, nel concreto, equiparabili alla miseria. Il bimbo finisce per addormentarsi col lupachiotto, abbracciandolo tra gli occhi sbigottiti del parente e il sorriso decisamente rafforzato di sua madre.
Risulta piacevole e positiva la linea che accompagna tutto l’esperimento: quella del caldo suggerimento, ben distante dall’imposizione di diete mal bilanciate, di atteggiamenti remissivi verso l’ignoto, delle tradizioni culinarie (si noti come la quiche sia tessuto connettivo, richiamo a una Francia fedele soprattutto ai suoi giorni di comunità nazionale).
Non ci sono particolari elementi stornanti e anche i toni colpevolizzanti sono stati scongiurati: non c’è nessuno di più mansueto e meno muscolare di un dolce lupo che, in una vita fantastica, diventa il custode dei sogni di un bambino e, nel proseguo del suo cammino, è invece accogliente e premuroso con i suoi simili.
Le lenti della finzione narrativa – il banchetto con gli altri animali, il lupo completamente vegetariano, lo charme accomodante dello stesso e la sua postura eretta – preannunciano e mediano l’impatto positivo della réclame sugli immaginari, vista l’accoglienza favorevole della gran parte dei suoi spettatori. Un invito leggiadro e promettente ad affermare con amore i propri principi, per un 2026 che sia memorabile per le cuciture, anziché per le crepe.
L’elemento che la produzione video focalizza è il pregiudizio: sano se iniziale, amorfo se condiviso, dannoso se imperterrito, soprattutto davanti ai dimostrati “buoni” del club. O di fronte ai piccoli semi che, se annaffiati con cura, diventano radici di coraggio e alleanze.